40 anni dalla chiusura dei manicomi:
cos’è oggi la cura mentale?”

Nel 2018 la legge Basaglia compie 40 anni.
È stata la prima legge al mondo a chiudere i manicomi, ma la rivoluzione culturale avviata dallo psichiatra triestino resta incompiuta. Dove sono finiti gli ex internati? Come sono assistite oggi le persone con un disagio psichico? Non ci sono più fili spinati e reti a separare le “città dei matti” dal resto della società, eppure resistono altre forme di esclusione: la maggior parte dei reparti psichiatrici in Italia sono a porte chiuse e un malato su dieci è legato al letto. Troppo spesso la “cura” si riduce a dosi massicce di psicofarmaci. La legge 180 ha ridefinito l’idea della pericolosità sociale e ha riconosciuto nel paziente psichiatrico una persona che non può essere privata del suo diritto di cittadinanza in un momento di sofferenza e di fragilità. Ma non basta una legge per liberarsi della paura dell'altro.

Matti
     per sempre

Un web-doc di Maria Gabriella Lanza e Daniela Sala per indagare che cosa sopravvive dell’Istituzione abolita nel 1978.

Fratelli /
  scomodi

   Il manicomio raccontato attraverso
le storie di chi lo ha vissuto.

// “Siete voi i veri matti"
  Adriano Pallotta, i ricordi di un infermiere

Una città dentro la città: negli anni '60 i 34 padiglioni del Santa Maria della Pietà a Roma ospitavano quasi 3mila persone. In ognuno vivevano circa 50 pazienti psichiatrici, guardati a vista da due infermieri. A destra c'erano gli edifici degli uomini – contrassegnati da numeri pari – e a sinistra quelli per le donne. In mezzo una rete metallica. Tra i viali alberati dei 150 ettari di parco c’era il padiglione 17, per le agitate. L'11 e il 12 erano destinati ai i malati pericolosi, il 22 ai 'sudici' e il 90 ai bambini.

 

/ Intervista ad Adriano Pallotta, ex infermiere al Santa Maria della Pietà, il manicomio di Roma

Nel 1974, quattro anni prima della legge che chiuderà definitivamente i manicomi, Pallotta lavora al padiglione 16, quello dei tubercolotici. Un padiglione particolare, perché era l'unico dove, su piani diversi, vivevano sia uomini che donne. Insieme ad altri infermieri, dà il via ad una rivoluzione: con il tacito accordo del direttore dell'epoca, Ferdinando Pariante, si aprono le porte del padiglione 16.


Dopo l’approvazione della legge 180 del 1978 – passata alla storia come legge Basaglia – ci sono voluti 21 anni per chiudere definitivamente il Santa Maria della Pietà:   nel 1994 Roma è diventata la prima capitale europea a non avere un manicomio.



Tommaso Losavio – allora dirigente della Usl locale - ricorda così quel periodo, nel 1993:

“Ero teso e preoccupato, pensavo a quel ‘residuo manicomiale' costituito da circa quattrocento persone rimaste intrappolate nonostante la legge, approvata quindici anni prima, che prevedeva la definitiva chiusura dei manicomi.   Il loro destino, mi sembrava, non interessava più a nessuno, certamente non agli amministratori che non destinavano risorse per la loro deospedalizzazione, ma neppure agli operatori dei nuovi servizi territoriali”.

// Pina, una bambina in manicomio

Pina ha 71 anni e ha passato metà della sua vita in manicomio. Aveva 5 anni quando è stata ricoverata al Santa Maria della Pietà, forse per un disturbo dell'apprendimento, forse per le condizioni di indigenza della famiglia.

Non esistevano limiti di età per il ricovero in manicomio: era sufficiente un certificato medico in cui si dichiarava che il bambino era pericoloso per sé o per gli altri. Dal 1913 al 1974 nel manicomio di Roma sono stati internati 293 bambini con meno di 4 anni e 2.468 minori tra i 5 e i 14 anni. In tutto 2.761 piccoli pazienti. Il 70% di loro proveniva dagli orfanotrofi: per finire in manicomio bastava un disturbo comportamentale o un ritardo psico-motorio.

“Quale casa? Io non ho mai avuto una casa”

I bambini condividevano lo stesso trattamento degli adulti: freddo, poca biancheria, sporcizia, vitto di pessima qualità e uso indiscriminato di contenzione ed elettroshock. Nel 1971 la Commissione permanente di assistenza della provincia di Roma svolse un’ispezione nel manicomio:
“Ci sono - si legge nel verbale -bambini legati con i piedi ai termosifoni o ai tubi dell’acqua, scalzi, seminudi, sdraiati per terra come bestioline incapaci di difendersi, sporchi di feci, dovunque un lezzo insopportabile”.


Se non morivano entro pochi anni dall'ingresso in manicomio, i bambini diventavano ospiti cronici passando ai padiglioni degli adulti. Come è successo a Pina, che a 16 anni è stata spostata nel padiglione delle agitate, il 17. Dimessa nel 1978, ha vissuto per un periodo alla Quattro Palme, una delle comunità nate poco lontano dal manicomio stesso. Poi è stata trasferita in un'altra comunità insieme a dieci ex internati del manicomio, tra cui   Rossana, la compagna di una vita. Dal 2013 dividono la stessa stanza nella casa di riposo Oasis Uno a Torrevecchia, nella periferia nord di Roma.

// Rossana, 15 anni tra le ‘agitate'

“Se non entravo
a Santa Maria 
stavo bene”  

Undici ricoveri in meno di 15 anni: Rossana aveva 22 anni la prima volta che è entrata nel manicomio di Santa Maria della Pietà, nel 1964. Era sposata e aveva un figlio. È stata più volte ‘dimessa in esperimento’, grazie all'articolo 66 del regolamento manicomiale.


A volte usciva per trascorrere brevi periodi a casa, per poi essere riaccompagnata dal marito o dal padre all’ospedale psichiatrico. Tra i sintomi riportati in cartella, si legge di gelosia nei confronti del marito e di scarso interesse per l'andamento della vita familiare. Dal primo ricovero è stata ripetutamente sottoposta a cicli di elettroshock.


Nei reparti femminili dei manicomi finivano spesso le donne che non riuscivano ad adeguarsi al ruolo di moglie e madre imposto dalla società, ‘dando pubblico scandalo’, come racconta la storica Vinzia Fiorino nella sua ricerca sulla rappresentazione della follia. Le diagnosi erano spesso le stesse: ninfomani, indemoniate o malinconiche. Le ninfomani erano descritte come “donne prive del dominio di pudore, disponibili a qualsiasi tipo di rapporto sessuale e sprovviste di qualsiasi affettività”. Le melanconiche soffrivano di una “alterazione patologica del tono dell’umore, nel senso di una immotivata tristezza talvolta accompagnata da ansia”. Una forma di depressione, curata fino a 40 anni fa nei manicomi con psicofarmaci e cicli di elettroshock. Le indemoniate erano invece definite come “irascibili, violente, con continui stati di agitazione”.


Rossana ha trascorso la maggior parte dell’internamento nel padiglione 17, quello delle agitate. È qui che ha incontrato Pina. Un rapporto che è nato nella solitudine del manicomio, è cresciuto nelle successive strutture in cui hanno trascorso gli anni della maturità e si è consolidato nella vecchiaia.

// Sandro, le conseguenze dell'istituzione

Sono passati 40 anni da quando Sandro è uscito dal manicomio di Santa Maria della Pietà. Eppure la sua vita si è fermata il giorno in cui, a 25 anni, è entrato per la prima volta nell’ospedale psichiatrico di Roma. Sandro racconta che il suo sogno era fare carriera nell’esercito, ma quando questa possibilità gli è stata negata ha cominciato a stare male.


Il manicomio - nelle parole dello psichiatra Franco Basaglia - era un luogo in cui il malato veniva “chiuso nello spazio angusto della sua individualità perduta”. Quando fu nominato direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, Basaglia fu colpito proprio dall'assenza: c'erano 500 internati, ma nessuna persona. La sua sfida fu cercare di restituire individualità e diritti ai malati.

  “Sono 50 anni
e 3 mesi e mezzo
che sono dentro”

Nel caso di Sandro aprire le porte del manicomio non è bastato. Quando ricorda Santa Maria della Pietà, ne parla come di un posto in cui si trovava bene. Nel 1977 è stato trasferito all'hotel Beethoven, una struttura di 'passaggio' che doveva servire a reinserire gli internati. Sandro lo descrive come “l'anticamera di Regina Coeli”, il carcere di Roma. Ci è rimasto fino al '95, quando è stato spostato nella stessa comunità in cui vivevano Pina e Rossana. Non ha mai avuto la possibilità di ricominciare una vita autonoma.


La mancanza di servizi sul territorio e di risorse economiche ha fatto sì che in molti casi, si sia risposto al cambiamento della legge Basaglia riproponendo le stesse logiche di separazione dei manicomi.  Oggi, gli ospedali psichiatrici non esistono più: non ci sono fossati, né reti o fili spinati a separare i ‘normali’ dai ‘malati mentali’. Ma questo non elimina il rischio di nuove forme di esclusione, meno evidenti e più nascoste, ma con identici meccanismi di privazione dei diritti della persona.

La vita
   /
  altrove

   Dalla legge Basaglia alla chiusura dei manicomi:
la storia di Lido, “adottato” a 70 anni.

// Violentare la società

Lido ha 90 anni ed è nato due volte. Nel 1997, a 70 anni, dopo 50 passati nel manicomio di Maggiano, vicino a Lucca, è stato ‘adottato’ da Enrica e Giuliano.

Alla fine degli anni ’90, l’ospedale psichiatrico che il direttore Mario Tobino ha raccontato nei suoi romanzi, ospitava ancora una quarantina di persone. Tra loro c’era Lido, entrato lì alla fine degli anni ‘40.


Originario di un paesino delle campagne lucchesi, Lido era il primo di quattro fratelli e nel secondo dopoguerra è partito per il Canada, in cerca di fortuna. La difficoltà di vivere in un altro Paese, una lingua per lui incomprensibile, la solitudine e il clima estremamente rigido lo hanno profondamente segnato. Quando, dopo due anni, è ritornato in Italia, è stato internato a Maggiano.

/ La storia di Lido, dal manicomio di Maggiano all’adozione

Per chiudere definitivamente i manicomi in Italia ci sono voluti 20 anni.

La legge 180 del 1978 fu la prima al mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici e a stabilire un principio fondamentale: tutte le persone con disturbi mentali hanno uguale diritto di cittadinanza, un diritto che per secoli la psichiatria ha negato. Fu una legge approvata in fretta, discussa solo nelle commissioni parlamentari e mai arrivata in aula, per evitare i referendum indetti dai Radicali, che invece volevano l’immediata chiusura dei manicomi. Di fatto, però, solo tra il 1994 e il 1999, con il “Progetto obiettivo”, si è arrivati all’effettiva chiusura degli ospedali psichiatrici.

“Tutte le persone con disturbi mentali hanno uguale diritto di cittadinanza, un diritto che per secoli la psichiatria ha negato."

Quando nel 1980 un giornalista chiese a Basaglia dove andavano messi i malati mentali, lui rispose: “Da nessuna parte”. Anche se i manicomi erano stati aboliti, restavano comunque in piedi le logiche che ne avevano permesso la costruzione e il mantenimento. Il rischio era che i pazienti psichiatrici finissero in altre strutture, “gabbie dorate” in cui relegare il diverso. “Occorre violentare la società - insisteva Basaglia -, obbligarla ad accettare il folle e aiutare la comunità dei sani a capire cosa significa la presenza di una persona folle nella società”.
Non basta, insomma, una legge per liberarsi dalla paura dell’altro.

 

// 80mila possibilità

Lo psichiatra Enrico Marchi, alla fine degli anni ‘90, ha seguito il processo di definitiva chiusura del manicomio di Maggiano. Insieme ad altri colleghi ha avuto un’intuizione: per gli ultimi internati rimasti non ci sarebbero state altre strutture, comunità terapeutiche o gruppi appartamento, come succedeva nel resto d’Italia, ma una famiglia in grado di accoglierli e restituirgli gradualmente una vita autonoma. Un vero e proprio affido familiare.


Il Comune di Lucca ha fatto la sua parte, offrendo un contributo economico e un sostegno psicologico a tutti coloro che hanno scelto di aprire le loro case. È così che Lido è stato adottato da Enrica e Giuliano, che hanno tre figli, il più piccolo dei quali allora aveva solo sei anni. Due anni fa, dopo la rottura di un femore, la salute fisica di Lido è improvvisamente peggiorata. Ha bisogno di assistenza continua, ma vive sempre con loro: “È una scelta umana, lo considero come un zio e non possiamo abbandonarlo ora che sta male”, racconta Giuliano.

“Occorre violentare la società, obbligarla ad accettare il folle e aiutare la comunità dei sani a capire cosa significa la presenza di una persona folle nella società”

“La cura può avvenire
se riconosco l'altro
per quello che è”

/ Peppe dell'Acqua, psichiatra e allievo di Basaglia

Gli affidi in famiglia di pazienti in cura presso un Centro di salute mentale oggi sono 300 in tutta Italia. Si chiamano Iesa, Inserimento etero-familiare supportato di adulti e il primo a introdurli nel 1997 è stato Gianfranco Aluffi, responsabile del servizio per la Asl Torino 3. Il paziente accolto riceve un assegno che va dai 300 ai 1.300 euro al mese, a seconda delle diverse esigenze, e che serve a coprire le spese sostenute dalla famiglia che lo ospita.


Nel suo libro “Famiglie che accolgono. Oltre la psichiatria”, Aluffi ha spiegato che per i malati psichiatrici che hanno intrapreso questo percorso i ricoveri sono diminuiti e i dosaggi dei farmaci dimezzati. “Così si evita la cronicizzazione del sintomo - afferma Aluffi - e a differenza del ricovero in una comunità, questo tipo di accoglienza abbatte lo stigma del malato mentale e della sua pericolosità sociale”.


Lo Iesa è solo una delle possibili vie aperte dalla legge 180. Come spiega Peppe Dell’Acqua, psichiatra e allievo di Basaglia: “Questa non è una legge che definisce la certezza, ma piuttosto introduce   80mila possibilità che contrastano l’impossibilità che era prima la malattia mentale: un risultato enorme”.

Oggi, tutti gli interventi fanno capo ai Dipartimenti di salute mentale delle Asl, che sono dotati di un Centro di salute mentale (Csm), di centri diurni, di comunità terapeutiche e di Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc), cioè i reparti psichiatrici degli ospedali. Dell’Acqua però ribadisce che il lavoro iniziato più di 40 anni fa non è finito, perchè “sono ancora troppe le persone che rischiano la marginalizzazione”.

Il labirinto
   / della cura

   Contenzione, psicofarmaci e porte chiuse:
la salute mentale oggi.

// Tra parentesi

“Come tutti i giorni, volevano darmi la dose di farmaci in un bicchierino. C'era una pillola di colore insolito. Iniziai a dire che non li avrei presi se l’infermiere non mi avesse detto cosa mi stessero dando. Lui era sempre più insistente e io sempre più determinato a non prenderli. Iniziai ad agitarmi e ad alzare il tono della voce. A quel punto, mi ritrovai circondato da quattro o cinque infermieri, non saprei dire precisamente quanti fossero perché in un attimo mi bloccarono braccia e collo ed ero immobilizzato”.

Dopo una colluttazione, Giovanni - il nome è di fantasia - si ritrova legato mani e piedi al letto, dentro il reparto psichiatrico di un ospedale di Roma. Inizia uno sciopero della fame perché lo sleghino, ma ottiene il risultato opposto e resta contenuto per una settimana.

“Iniziai uno sciopero
della fame, della sete
e del sonno. Perchè?
Per farmi slegare.”

/ La testimonianza di Giovanni letta da Lorenzo Ascione (nella foto, il letto di un Spdc con le fasce di contenzione)

Che cos’è la cura mentale oggi? Per Giovanni significa ricordare le ironie e gli abusi subiti da parte di infermieri e medici. Tra il 2001 e il 2015 Giovanni è stato ricoverato sette volte in diversi reparti psichiatrici ospedalieri, gli Spdc, del Lazio. Ci chiede di non usare il suo vero nome perché “svolgendo una professione intellettuale, ho paura che se si venisse a sapere dei miei problemi, gli altri potrebbero mettere in dubbio le mie facoltà intellettive”.


Nel 2001 ha una crisi e subisce un trattamento sanitario obbligatorio (Tso): gli diagnosticano un disturbo bipolare. Inizia a farsi seguire prima da uno psichiatra, che costa 250 euro a seduta, e poi dal Csm, il Centro di salute mentale, quello che dovrebbe essere il cuore del Dipartimento di salute mentale di ogni Asl, a cui fanno capo tutti gli interventi in materia.



Gli psichiatri del Csm si occupano di seguire la persona e di proporle un percorso di cura a domicilio, in un centro diurno o in una comunità terapeutica. Per Giovanni però la “cura” si risolve in una seduta al mese, della durata di dieci minuti: “L'unica cosa che fanno è prescrivere farmaci. È come timbrare il cartellino”. Negli anni, Giovanni segue la terapia indicata, ma non sempre riesce ad evitare le crisi. Ed è in questi casi che si ricorre al ricovero in Spdc, il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura, che è una sorta di pronto soccorso psichiatrico. Dal 2008 in poi il suo ricovero è sempre volontario: “Da alcuni ospedali però esci peggio di come sei arrivato, la crisi si acutizza. E anche se entri di tua spontanea volontà questo non ti evita misure coercitive”.

“La contenzione non è una terapia, per questo nessuno poteva costringermi a legare una persona. Era come braccare una bestia”

Come la contenzione meccanica, cioè essere legato al letto mani e piedi con delle fasce di cuoio. È prescritta dal medico, ma sono gli infermieri a metterla in pratica. Stefano - che preferisce non dire il suo cognome - è un infermiere. Ha passato quasi dieci anni nel reparto di psichiatria di un ospedale romano: “Quando entravo in turno, slegavo i pazienti che erano contenuti, anche se i colleghi non erano d’accordo”.



Gli infermieri non seguono nessun corso di formazione specifico prima di lavorare con pazienti psichiatrici: sono scelti in base ad una graduatoria. Eppure quello raccontato da Stefano è un reparto particolare: “È l'unico dove puoi obbligare il paziente a prendere i farmaci o dove è considerato normale dirgli una cosa per un'altra”.


Stefano ricorda quando nel 2000, con un nuovo primario, fu legata una sola persona in tutto l’anno. Poi però le cose tornarono come prima. Nel 2006, dopo due procedimenti disciplinari ha deciso di cambiare reparto: “La contenzione - ribadisce – non è una terapia, per questo nessuno poteva costringermi a legare una persona. Era come braccare una bestia”.


Giovanni, invece, non ha mai denunciato gli abusi subiti: “Sarebbe la mia parola contro la loro.   E poi si interiorizza un senso di vergogna: dopo che ti hanno legato, inizi a pensare che in qualche modo te lo sei meritato”. Ma ancora più difficile è uscire dal labirinto della cura mentale.


Quaranta anni fa, Basaglia diceva che era necessario mettere tra parentesi la malattia mentale, per poter riconoscere la persona nella sua individualità. Ed è quello che oggi Giovanni cerca di fare: “Più mi convinco di essere malato, più mi comporto come tale e diventa una profezia che si auto-avvera. Per questo sto cercando di allontanare da me l'identità di malato”.

// A porte chiuse

/ Reportage dal Spdc dell’Ospedale Santo Spirito a Roma

L’ospedale del Santo Spirito a Roma si affaccia sul Tevere, a due passi da San Pietro. Il reparto di psichiatria si trova al primo piano. Facile identificarlo dal cortile interno: è l’unico in cui tutte le finestre hanno le sbarre. La porta che separa l’interno del reparto dalle scale è chiusa a chiave. Per uscire a fare un giro all’interno del complesso ospedaliero o - più raramente - all’esterno, i pazienti in ricovero volontario devono chiedere l’autorizzazione allo psichiatra che li segue. I posti letto sono 12, ma i pazienti sono quasi sempre in soprannumero, fino al doppio.


Giuseppe Martini è uno psichiatra e dirige l’Spdc del Santo Spirito. Nel 1989, quando il reparto fu aperto, le cose erano diverse: “Era uno dei pochi reparti a porte aperte. Oggi molte cose sono cambiate, sia nello stile del lavoro che nell’utenza”. A determinare la decisione di “chiudere le porte”, spiega Martini, il fatto che sempre più persone arrivino sotto l’effetto di stupefacenti e il timore di cause legali se un paziente dovesse allontanarsi o farsi del male. E poi c’è il problema della carenza del personale: di solito non ci sono più di tre infermieri per turno.

“Bisogna lavorare
per ridurre il ricorso
al ricovero”

/ Giuseppe Ducci, direttore del Dipartimento della salute mentale dell’Asl ex Roma E

Giuseppe Ducci è direttore del Dipartimento della salute mentale dell’Asl ex Roma E e mette subito le cose in chiaro:   “In contesti urbani come quello romano la porte aperta non è solo un rischio, ma una grande illusione”. Secondo Ducci non bisogna lavorare per aprire le porte ma per ridurre il ricorso al ricovero. Come? Potenziando i servizi territoriali.


Il primario dell’Spdc, Martini, spiega che il reparto serve una popolazione di 320mila abitanti, ma il 40% dell’utenza è costituita da pazienti stranieri o fuori Asl: “Questo rende impossibile qualunque rapporto con il territorio, con il servizio che poi li prenderà in carico una volta usciti di qui”.



E che i cittadini stranieri siano un ‘problema’ lo sottolinea anche Ducci, spiegando che la contenzione è più probabile quando non si riesce a comunicare, cioè “nei casi in cui c’è una barriera linguistica”. Come in tutti gli Spdc di Roma, infatti, anche in quello del Santo Spirito si ricorre alla contenzione: 30 i pazienti contenuti nel 2016 e di questi 8 sono rimasti legati fino a 48 ore consecutive. Il primario precisa comunque che le ore di contenzione totali sono state dimezzate rispetto all’anno precedente.

// Liberi tutti

“Se il manicomio era il lager, l’Spdc è la fabbrica della cura mentale”. Piero Cipriano, psichiatra attualmente in servizio in un ospedale di Roma, sintetizza così: “La cura negli Spdc si risolve generalmente attraverso due azioni: la somministrazione di psicofarmaci e sedativi, e il contenimento dei pazienti. Una vera e propria fabbrica dove lo psichiatra è lo specialista che si occupa di ‘aggiustare’ una macchina biologica rotta all’interno di una catena di montaggio”.   Il benessere del paziente, non è così importante: a prevalere sarebbero il “dogma della terapia farmacologica e l’abitudine”.


  “Dovremmo essere gli esperti della relazione:
ma se leghi una persona
rinunci a questa
   possibilità”

/ Piero Cipriano, psichiatra

Tra i 329 Spdc italiani una minoranza, circa una trentina, ha deciso di dire no alle porte chiuse e alla contenzione. In realtà il numero esatto di Spdc no restraint - cioè non coercitivi, come si definiscono in gergo tecnico - non lo sa con precisione nessuno. L’unica indagine sistematica condotta a livello nazionale dall’Istituto superiore di sanità è del 2004. Nel 2006 è stato fondato in Italia un Club di Spdc no restraint, che ne conta 21. I dati disponibili si fondano comunque su un’autodichiarazione e basta che cambi primario o caposala perché l’approccio sia diverso.


Vito D’Anza è primario del Spdc di Pescia, in Toscana, e responsabile del Centro di salute mentale che si trova poco lontano, a Montecatini. “L’Spdc - esordisce - è la cartina di tornasole di come funziona l’intero Dipartimento: non sono i servizi di diagnosi e cura ad essere restraint o no restraint, ma l’intero Dipartimento di salute mentale del territorio”.


D’Anza è arrivato a Montecatini nel marzo 2005, quanto il reparto era ancora a porte chiuse: un giorno ha appeso al muro una nuova disposizione di servizio che vietava le contenzioni. “Ho lasciato al personale del reparto il mio numero di cellulare - ricorda - dicendo che potevano chiamarmi se non fossi stato in turno. Il primo anno ho ricevuto in tutto due telefonate”.

"Una vera e propria fabbrica dove lo psichiatra è lo specialista che si occupa di ‘aggiustare’ una macchina biologica rotta all’interno di una catena di montaggio”

Le fughe dal reparto registrate in 12 anni sono state 16. “Di questi, qualcuno è tornato per conto suo e alcuni siamo andati a riprenderli a casa. Per altri, che avevano difficoltà ad accettare il ricovero, abbiamo deciso di assisterli a domicilio”. La media di fughe dagli Spdc in Italia, spiega sempre D’Anza, è di 2,5 persone al mese, quindi circa 30 persone all’anno, “noi in 10 anni avremmo dovuto registrare almeno 300 fughe”. Rispondendo alle accuse di chi dice che gli Spdc che non usano contenzione si selezionano i pazienti, rifiutando di occuparsi dei casi più problematici, D’Anza afferma senza mezzi termini che si tratta di “una sciocchezza”: “Se così fosse, avremmo dovuto inviare le persone verso altri servizi, cosa che invece in 12 anni non è mai successa”.

/ Reportage dal Spdc di Pescia, dove le porte sono aperte e non si lega

// E tu slegalo subito

Franco Mastrogiovanni era un maestro ed è morto di contenzione il 4 agosto 2009. Le sue ultime ore di vita sono state riprese dalle telecamere a circuito chiuso del reparto di Vallo della Lucania e ricostruite nel documentario di Costanza Quatriglio “87 ore”.
Quando entra nel reparto, Mastrogiovanni appare tranquillo. “Lo si vede camminare per il corridoio" racconta la nipote Grazia Serra. "Più tardi si addormenta e lo legano al letto. Il suo stato di agitazione inizia quando si sveglia e si ritrova contenuto”.


La contenzione meccanica non è né permessa, né vietata dal nostro ordinamento.   C’è di fatto un vuoto legislativo: la legge 180 non la esclude, né la autorizza. Secondo gli ultimi dati disponibili, che risalgono alla ricerca Progres Acuti, finanziata dal ministero della Salute nel 2004, è in uso nel 60% degli Spdc e riguarda 11 pazienti su 100. Si tratta comunque di stime perché nonostante esista un registro per il monitoraggio delle contenzioni in ogni Spdc, i dati non sono raccolti né a livello regionale né tantomeno a livello nazionale. Per giustificare la pratica della contenzione meccanica si fa ricorso al cosiddetto “stato di necessità”, disciplinato dall’articolo 54 del codice penale: non è punibile chi ha legato una persona “per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”.

Quando qualcuno chiedeva a Franco Basaglia come ci si dovesse comportare davanti ad un uomo legato,   lo psichiatra triestino replicava sempre allo stesso modo: “E tu slegalo subito”. Da questa risposta prende il nome la campagna nazionale lanciata a gennaio 2016 dal Forum Salute. Ad aprile dell’anno scorso sono iniziate le audizioni in commissione Diritti umani al Senato, presieduta dal senatore del Pd Luigi Manconi, sul ricorso alla contenzione nei reparti sanitari, mentre a marzo di quest’anno è stata proposta l’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare sul fenomeno.

Testo della proposta
d'inchiesta parlamentare

La contenzione meccanica non è né permessa, né vietata dal nostro ordinamento. C’è di fatto un vuoto legislativo: la legge 180 non la esclude, né la autorizza.

“Non credo sia giusto
aver paura di un
reparto psichiatrico”

/ Grazia Serra, nipote di Franco Mastrogiovanni

“Mio zio conosceva quel reparto ma non ci ha mai parlato dei trattamenti a cui era stato sottoposto”. Grazia ha capito perché col tempo, incontrando altre persone che le hanno confidato la vergogna nell’essere state sottoposte a contenzione e il tentativo di rimuoverne anche il ricordo. “Mi sono chiesta - continua Grazia - chi gli avrebbe creduto se ci avesse raccontato di essere stato legato per giorni, forse qualche dubbio lo avrei avuto perfino io”.


Il 15 novembre 2016 la Corte d’appello di Salerno ha condannato sei medici e undici infermieri dell’Spdc per la sua morte, con pene che vanno dai 13 mesi ai 2 anni. “Siamo abituati a pensare che un paziente sottoposto a Tso sia una persona un po’ diversa, che dà i numeri.   Quello che è successo a mio zio mi ha insegnato che un momento di fragilità può capitare a tutti”. Serve, secondo Grazia, una “rivoluzione culturale”: “Non credo sia giusto avere paura di un reparto psichiatrico. Dobbiamo batterci perché ad una persona ricoverata in un Spdc vengano riconosciuti gli stessi diritti degli altri pazienti”.

Un mondo
 /
   dentro

   Uscire e entrare dai reparti per 7 anni:
la storia di Alice.

Alice è una pittrice. Ha un negozio sul lungomare di Camogli, vicino Genova, dove vende i suoi quadri, “pagine del suo diario”. Quando è arrivata qui da Milano, ha trovato una comunità di persone che l’ha accolta e protetta.


Alla fine degli anni ‘90 Alice è un’adolescente e pesa 35 chili. La diagnosi che le fanno è “disturbo della personalità borderline in anoressia”, con tendenze autolesioniste. Poco più che maggiorenne, fa il suo primo ingresso in Spdc, il Servizio di diagnosi e cura dell’ospedale Niguarda di Milano. Per i successivi 7 anni, entra ed esce per 13 volte da diversi reparti psichiatrici e comunità terapeutiche.


“Pregavo mia madre di non lasciarmi morire in manicomio”, racconta oggi Alice, che allora delle legge Basaglia non sapeva nulla. Ore di ozio, psicofarmaci e contenzione meccanica, praticata con fascette di cuoio e scotch intorno a polsi e caviglie o con un lenzuolo stretto intorno alle spalle, il cosiddetto “spallaccio”. Contenuta per aver lanciata un oggetto, per aver risposto male a un infermiere, per evitare che si tagliasse.


Legata anche per giorni, senza possibilità di alzarsi, di andare in bagno, di girarsi nel letto. Non è un caso se il suo primo libro, una sorta di autobiografia, si intitola   “Tanto scappo lo stesso”. E Alice, infatti, scappa: si lancia dalla finestra, va al bar, in chiesa, fuma una sigaretta all’aria aperta e poi torna. Oppure evade con la mente, con la pittura: disegna sui fogli, sui muri, ovunque. La “libertà terapeutica” descritta da Basaglia, Alice la sperimenta a Novara, quando per la prima volta è ricoverata in un Spdc a porte aperte, dove non si pratica contenzione, una novità a cui non è preparata.

/ La storia di Alice, dentro e fuori dai reparti psichiatrici

Alla fine degli anni ’60, lo psichiatra Edoardo Balduzzi, scriveva: “È necessario liberare tutti, sani e malati, dal pregiudizio che la malattia mentale significhi essere fuori di sé. Il matto è soprattutto una persona che soffre”. Oggi Alice non scappa non più: del suo passato restano i segni sul suo corpo, i quadri e i suoi libri.

A 40 anni dalla legge 180, quella iniziata da Basaglia è ancora una rivoluzione a metà.



Chi sono allora i ‘matti’?



Mettere la malattia tra parentesi, come diceva lo psichiatra triestino, non significa negare l’esistenza della malattia mentale, ma riconoscere l’altro come una persona che soffre, prima ancora che come paziente psichiatrico.

Matti
     per sempre